Ho una strana memoria. Conservo i dettagli più inutili di una giornata senza storia in terza elementare e poi al mattino, quando esco di casa, lascio le chiavi nella serratura, il sacchetto dei rifiuti appeso alla maniglia e le luci accese in almeno due stanze.
Siccome il blogrodeo si è tenuto tre anni fa, è già entrato nella sfera delle cose memorizzate.
Ricordo che c’erano dei computer e le persone scrivevano dei post e i post venivano votati. C’erano alcuni partecipanti vestiti da cuochi. Ricordo che a un certo punto per eseguire uno spareggio ho fatto ballare un minuetto con la musica di Lady Oscar. Ricordo che ci siamo anche divertiti.
Sono passati tre anni da allora, almeno cinque da quando è iniziata la diffusione dei blog in Italia e ben otto da quando ho aperto il mio primo sito. Benché qualche oscuro commentatore disse una volta che non era vero che io avevo aperto labranca.com nel 1999. E forse aveva anche ragione, vista la mia memoria che flickera.
Ormai quando sento o leggo il termine "blog" provo lo stesso fastidio di quando mi punge una zanzara o di quanto sento o leggo il termine "trash".
Soprattutto quando leggo sui quotidiani belle frasi come: "la cosa ha messo in subbuglio il mondo dei blog". Frase che non vuol dire niente, ma aiuta chi la scrive a sentirsi parte di un ipotetico mondo della modernità informatizzata. Proprio come i ragazzini con le cinture taroccate Gucci si sentono parte del mondo del fashion.
Oggi, i blog puri sono sempre meno e siamo vessati dai "blo" e dai "blogghe".
I "blo" sono quei resoconti pasticciati e sgrammaticati, gestiti da sedicenni che fanno sulla pagina elettronica ciò che decenni fa si faceva con gli Uniposca sulla Smemoranda: disegnano un mondo colorato, acerbo, diffidente verso gli adulti e ruotante intorno a stelle fisse come l’amore, la musica, le moto e lo sport. Solo che questo mondo personale e limitato a una classe scolastica o al gruppetto di amici aveva un senso se chiuso nelle pagine di una agenda che diventava sempre più gonfia e tossica per l’odore di colla e pennarello. Non ha più senso se lo si mette online e lo si rende accessibile al mondo. Perde il suo senso intimistico. Li chiamo "blo" perché questo genere di compilatori usa abbreviare tutto, un po’ come facevano gli incisori di lapidi ai tempi dei latini.
Sull’altro lato ci sono i "blogghe", con l´epitesi, ossia l’abitudine dei dialetti centro-meridionali a completare i monosillabi. Si tratta di quei blog, spesso localizzati nella Capitale, molto citati, molto ammirati, molto riveriti, ma per niente letti, gestiti da giornalisti di varia tendenza. Tutti questi signori già lavorano per prestigiosi quotidiani, conducono trasmissioni televisive e radiofoniche, scrivono libri profondi e intelligenti. Ma evidentemente non basta.
Devono sbrodolare parole anche su Internet. Poi si leggono e si citano solo tra loro, ma ciò basta a renderli felici, a sentirsi come i potenti giornalisti statunitensi, quelli in grado di far cadere un presidente. Non vi specifico cosa fanno cadere gli estensori dei "blogghe".
(Tommaso Labranca)




